L’uruguaiano Fede Alvarez esordisce sul grande schermo nel 2013 con il remake di Evil Dead di Sam Raimi. Pur perdendo il fascino delle cose artigianali, dovuto anche agli effetti speciali a base di purè dell’originale dell’1981, il remake riusciva comunque a cavarsela e ad essere un prodotto più che dignitoso.

In questo 2016 Alvarez torna al cinema con Man in the dark, film con il quale i titolisti non si sono fatti sfuggire l’occasione per farsi notare. Proprio come fu per quell’Evil Dead uscito da noi come La Casa, quando di casa se ne vedeva soltanto una. Nella locandina. Ed era quella di Psycho. A questo punto avrebbero potuto chiamarlo The blind man in the dark and the girl who want to go to California with her daughter ‘cause Detroit sucks, che se uno non vuole spoiler non dovrebbe leggere le recensioni comunque.

E non dovrebbe neanche guardare i trailer. Altro tasto dolente, oltre ai titolisti, sono proprio i trailer. Quello di Don’t Breathe (si chiamava così) spoilera praticamente tutto dall’inizio alla fine. Fondamentalmente, se si guarda il film dopo aver già visto il trailer, la prima scena del tutto nuova che si vedrà sullo schermo sarà oltre la metà  più meno.

Il film. Don’t Breathe è una sorta di home invasion al contrario, nel quale c’è da aver più paura dell’home che dell’invasion.

Tre amici commettono delle rapine per recuperare i soldi necessari a partire dall’opprimente Detroit. Arriva il giorno del solito ultimo colpo, quello che “facciamo questo e ci sistemiamo”, ma una volta entrati nella casa da svaligiare, si rendono conto che dovranno fare i conti con qualcosa che non avevano calcolato.

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La dote principale di Fede Alvarez è quella di girare degli horror tutto sommato leggeri e commerciali, con uno stile però del tutto personale e lontano dagli standard e dagli stereotipi del resto del panorama horror.

La tensione e l’ansia si tagliano con il coltello e si entra nel vivo della storia quasi subito, dopo aver brevemente introdotto i personaggi e le loro motivazioni. Dall’ingresso nella casa non ci sarà più un solo secondo di tranquillità. Come testimoniano anche i miei stinchi, più volti colpiti dai calci della ragazzina seduta di fianco ed evidentemente impaurita. Solo ansia, tensione, claustrofobia, paura e voglia di capire perché. Perché la paura di perdere del denaro può spingere a tanto. O forse non è il denaro che si teme di perdere, ma qualcosa che non sopporteremo di perdere per la seconda volta. Tutto questo viene raccontato utilizzando i cliché del (sotto)genere, ma tutte le volte al servizio della storia.

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La fotografia fredda contribuisce a rendere ancor più inospitale e poco accogliente tanto la casa quanto la città di Detroit.

Alvarez dimostra di saperci fare con i movimenti di macchina, ed i piani sequenza all’interno della casa abbinati ad una colonna sonora non memorabile ma perlomeno neanche truffaldina, sono veramente ben fatti e tesissimi.

Non è un film perfetto, certo, ma da un film del/di genere ci si deve aspettare tutto tranne la perfezione. Per esempio alcune lungaggini che potevano essere evitate (la parentesi canina su tutte) e che non aggiungono poi tanto alla storia e anzi la appesantiscono. Oppure la scena al buio all’interno della casa, quando viene tolta la corrente. Ma qui si rasenta il gusto personale e quindi è del tutto opinabile. Per quanto mi riguarda, se è buio è buio, punto. Se i personaggi non vedono assolutamente nulla, neanche io devo/voglio vedere nulla. Altrimenti corro il rischio di ricordarmi che sto guardando un film e la sospensione dell’incredulità svanisce.

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Ma al netto di qualche imperfezione Don’t Breathe resta comunque un buon horror. Anzi un buon thriller. Anzi un buon film.

Sam Raimi probabilmente ci aveva visto giusto affidando ad Alvarez la direzione de La Casa e infatti è presente anche in questo film nei panni di produttore.

Bravo.

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