Dopo In the Deep non potevo non guardare un altro film “acquatico” di cui non si faceva che parlare. I motivi per guardarlo erano parecchi. Intanto, come ho già scritto parlando appunto di In The Deep, non esiste estate degna di questo nome senza film con gli squali; poi le recensioni e i giudizi sparsi nell’Internèt sembravano positivi; inoltre c’era la voglia di tornare bambino vedendo uno squalo che terrorizza il surfista di turno e poi c’era Il Motivo.

Blake Lively

Vabbè, serve altro?

La bella Blake Lively ha già dato prova di sé altre volte, come per esempio ne Le Belve di Oliver Stone o in The Town di Ben Afflek, anche se tarda ancora ad arrivare quella parte per la quale sarà ricordata e che personalmente aspetto. In tanti avevano criticato la scelta di un’attrice così perché secondo loro serviva solo a catturare l’attenzione del pubblico e a mascherare una sceneggiatura sempliciotta, banale e senza spessore. Come se essere bella fosse una colpa. Come se una bella ragazza dovesse giustificarsi ogni giorno e dimostrare di meritarsi lo sguardo del pubblico. Come se non ci fossero altri motivi per veder recitare Blake Lively oltre alla sua bellezza.

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Tralasciando queste stronzate maschiliste, parliamo del film. Intanto due parole sul titolo. Quello originale, The Shallows, è stato trasformato dai trogloditi titolisti italiani in Paradise Beach – Dentro l’incubo. Credo non serva aggiungere altro. Notare quello che hanno fatto con il (bel) film uscito da noi come Man in the dark. Davvero non riesco a comprendere perché ci si debba ostinare a trasporre il titolo inglese di un film in un altro titolo in inglese, soltanto più didascalico e privo di alcun tipo di fascino. Gusto dell’orrido? Totale mancanza di creatività? Mah..

Comunque sia, il film inizia con un prologo che mi ha fatto veramente temere il peggio. Mi ha fatto temere che il film che di lì a poco avrei visto fosse girato con una tecnica ormai obsoleta, inutile, non particolarmente d’impatto, senza più nulla da dire, abusata e pertanto amata da molti.

Il mockumentary. Anzi il found footage.

Ma fortunatamente non è così, e la pellicola continua con uno stile narrativo più classico. Un respiro di sollievo e un punto a Collett-Serra.

La trama è chiaramente semplicissima. Una ragazza si prende un periodo di pausa dagli studi in medicina per andare in Messico a surfare nella spiaggia in cui andava sua madre, morta da poco.

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Una volta lì rimarrà bloccata a una sessantina di metri dalla riva, costretta a vedersela con lui. Il Grande Squalo Bianco. Attratto dalla carcassa di una balena che galleggia poco distante.

Quello che si nota subito è senz’altro la stupenda ambientazione. Un paesaggio incredibile, acqua cristallina e spiaggia bianchissima che ti fa dire che sì, vale probabilmente la pena di rischiare la vita per fare surf in un posto simile!  Il tutto fotografato benissimo e ripreso con delle belle inquadrature dall’alto a mostrare le onde infrangersi sugli scogli e lo squalo nuotare appena sotto il pelo dell’acqua.

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Lui, il villain, si fa attendere un po’. Non ama probabilmente stare sotto i riflettori, come è giusto che sia. Non ambisce ad un ruolo da prima donna che non gli compete, preferendo invece apparire solo quando è necessario e non per forza con ingressi trionfali.

Di prima donna ce n’è una e fa egregiamente il suo lavoro. Entra in acqua bella, abbronzata e sorridente ed esce praticamente disidratata, con una gamba lacerata e gli occhi cerchiati dalla fatica e la stanchezza. Nel mentre risulta sempre credibile. Da quando si rimbocca le maniche per uscire viva dalla situazione, a quando si fa prendere dallo sconforto e la rassegnazione.
Non è mai ammiccante, la macchina da presa non indugia inutilmente e in definitiva tutte le critiche alla scelta di Blake Lively come protagonista non valgono nulla.

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Il film fila dritto fino alla fine senza particolari problemi. Certo, lo squalo sembra un po’ ossessionato da questa Nancy, ma se mi dicono che c’è il sangue della balena che lo attira, io ci voglio credere. La soluzione finale ci sta e nel complesso non si registrano particolari intoppi. Nel momento in cui ha fatto la sua apparizione la pistola lanciarazzi, temevo che si volessero imboccare strade già percorse decenni fa, ma ancora una volta si sono rivelati pregiudizi. Secondo respiro di sollievo.

Quindi buon film. Il realismo sicuramente non è il suo cavallo di battaglia, ma per quello c’è il film citato all’inizio. Qui ci sono uno squalo affamato, un mare pazzesco e una bellissima surfista.

 

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