Hacksaw Ridge – Mel Gibson (2017)

Desmond Doss si arruolò come volontario nell’esercito americano nel 1942 ma, in quanto appartenente alla Chiesa cristiana avventista del settimo giorno, si rifiutò categoricamente di toccare qualsiasi tipo di arma, rischiando tra l’altro la corte marziale per aver disobbedito a degli ordini diretti. Diventato così soccorritore militare, si distinse per le azioni sull’isola di Okinawa, dove portò in salvo 75 uomini. Azione che gli permise di diventare il primo obiettore di coscienza decorato con la Medaglia d’Onore.

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E’ questo il soggetto di Hacksaw Ridge, ultima fatica di Mel Gibson, tornato dietro la macchina da presa a 10 anni da Apocalypto. La carriera di Mel Gibson è costellata di scelte coraggiose, che per quanto talvolta possano risultare discutibili, credo vadano comunque apprezzate quantomeno per la loro coerenza. Le storie raccontate ed i temi trattati dalle pellicole firmate Gibson sono sempre state ampie, complesse e meritevoli di una riflessione che va ben oltre le due ore trascorse in sala.

Valeva per L’uomo senza volto, storia di un’amicizia fra un bambino ed un adulto che, a dispetto dei pregiudizi di chi teme sempre ciò che non conosce, instaureranno un rapporto profondo che farà crescere entrambi. Valeva per Braveheart – Cuore impavido, nel quale un soldato scozzese si carica sulle spalle l’indipendenza della sua nazione, arrivando al sacrificio estremo pur di non sottomettersi e pur di difendere dei confini che poi in fin dei conti altro non sono che linee invisibili e del tutto arbitrarie utilizzate troppe volte per giustificare qualsiasi tipo di nefandezza. Valeva per La Passione di Cristo, ingiustamente criticato per l’eccessiva crudeltà, come se la storia di un uomo tradito, sommariamente processato, flagellato, deriso, umiliato e crocifisso vivo potesse essere raccontata in altro modo. Valeva per Apocalypto, nel quale si voleva rovesciare il mito del Selvaggio Buono attaccato dai Conquistatori Cattivi, mostrando le crudeltà e violenze degli indigeni americani.

Pellicole a volte riuscite, a volte meno. A volte sopravvalutate, a volte attaccate gratuitamente. Ma comunque degne di una discussione.

Idem per Hacksaw Ridge, nel quale il tema dell’obiezione di coscienza, dell’avversione a qualunque forma di violenza e la voglia di portare sul grande schermo la storia poco conosciuta di una persona che ha saputo fare la differenza in maniera poco consona per un teatro di guerra, erano veramente degli ottimi spunti.

Purtroppo tutta la prima parte del film, nel quale sarebbe stato necessario un approfondimento della figura di Desmond Doss e dei suoi valori, è infarcita di luoghi comuni e da una love-story invischiata in una fotografia nostalgica che fa venire a noia il protagonista ancora prima che le vicende belliche di cui al titolo comincino. Didascalico e per niente coinvolgente il rapporto con il padre che poteva, e probabilmente voleva, essere invece la chiave di volta del film, o per lo meno di questa prima metà.

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Poi Desmond si arruola e comincia l’addestramento. E’ qui che fa la sua prima apparizione Vince Vaughn nei panni di uno sbiadito e fuori forma sergente che di nome avrebbe tanto voluto fare Hartman. E’ tutta questa parte in realtà ad essere una copia di Full Metal Jacket, privata però della sua scorrettezza e violenza (fisica, verbale ma soprattutto psicologica). E’ un susseguirsi di battute riprese pari pari ma ripulite dal turpiloquio hartmaniano che rendono molto precario il confine tra omaggio, citazione e plagio. Lì avevamo il soldato Biancaneve e Palla di Lardo, qui il soldato Idiota e Vampiro.

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Comincia poi la battaglia vera e propria e qui Gibson ci va giù pesante, come è giusto che sia, lasciando poco spazio all’immaginazione. Alcuni fotogrammi sembrano indugiare eccessivamente su  particolari truculenti, senza una vera e propria giustificazione narrativa all’interno della scena, ma da un regista delicato come un Panzer, ce lo aspettiamo. Tecnicamente la battaglia è notevole e sembra che Mel Gibson abbia apprezzato particolarmente Salvate il Soldato Ryan e in particolare la celeberrima sequenza dello sbarco. La macchina da presa è in continuo movimento senza però rendere caotico ciò che avviene in scena. Anche qui però si avverte quella retorica che permea tutto il film, e quel semplicismo con il quale vengono affrontate le origini della profonda fede del protagonista che lo porta a prendere una scelta estrema come essere obiettore di coscienza. Ad Okinawa. In prima linea. Semplicismo che culmina nel didascalissimo flashback con padre ubriaco e pistola.

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Il culmine credo arrivi dopo però. Nella sequenza che regge o dovrebbe reggere il film intero, ovvero il salvataggio vero e proprio dei compagni feriti da parte del Soldato Doss. Sfruttando la copertura offerta dall’artiglieria, Doss si immerge nel fumo delle bombe per trascinare via chiunque sembri ancora in vita e calarlo giù dalla scarpata, in una sequenza che non può non ricordare l’esperienza vietnamita di Forrest Gump e che riesce a strappare addirittura un sorriso non appena ci ritornano in mente Bubba e i suoi gamberi. Peccato che immagino quella sequenza non volesse affatto far sorridere. Nell’ultima inquadratura Desmond Doss, ferito, viene trasportato via in barella e calato nel vuoto per essere portato in salvo. La macchina da presa si abbassa a riprenderlo da sotto e lo innalza così verso il cielo elevandolo al ruolo di eroe.

Stucchevole.

Hacksaw Ridge è quindi un film tutto sommato non terribile, soprattutto nelle scene di combattimento,  ma se ci aspetta,  legittimamente, uno sguardo maturo ed adulto sugli importanti temi di cui dovrebbe parlare, si rischia una cocente delusione.

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