Midsommar – Ari Aster (2019)

Negli ultimi giorni mi sono imbattuto più volte per caso nel tema dei testi sacri e su come influenzino il modo di pensare e di agire delle persone che ci credono e li leggono. Inizialmente mi è successo seguendo un video su YouTube in cui Federico Frusciante, Wesa e Boban Pesov discutevano di un commento ad un video dello stesso Boban in cui si faceva della satira su Salvini. Il commento in questione era chiaramente pro Salvini ed era intriso del solito misticismo, esoterismo, si tiravano in ballo i nazisti, i sionisti e una serie di complotti vari. A questo proposito Frusciante commentava che se per qualche motivo quel messaggio dovesse essere ritrovato tra 2000 anni, ci si potrebbe tranquillamente costruire sopra una religione. Era ovviamente ironico ma di fatto questo non è molto diverso da quello che è accaduto con la religione cristiana e, in realtà con quasi tutte le altre. Nel senso che c’è questo libro, nessuno sa bene quando sia stato scritto e neanche da chi. Si dice sia stato Dio, ma è il libro stesso a dirlo. Quindi si crea un corto circuito che però evidentemente non impedisce a moltissime persone di credere comunque a quanto scritto in tale libro e a farsi condizionare nel modo di pensare e di comportarsi nella vita quotidiana. Sia nel bene che nel male ovviamente.

Il giorno dopo mi sono comprato una splendida raccolta dei miti di Cthulhu di Lovecraft che è in qualche modo legato all’argomento, parlando per esempio di Necronomicon che è comunque un libro che, seppur in modo del tutto diverso, ispira le persone a credere in qualcosa semplicemente per il fatto che c’è scritto lì e per il fatto che questo libro venga considerato in qualche modo “superiore” agli altri.

Tutte cavolate, per dirla tutta, ma non ho potuto fare a meno di pensare a questa coincidenza quando il giorno ancora successivo si è aggiunto l’ultimo e più importante, per lo meno in questa sede, tassello al puzzle con la visione di Midsommar, secondo lavoro di Ari Aster dopo Hereditary. Il film non affronta direttamente il tema delle Sacre Scritture ma in qualche modo le tira in ballo. Nella comunità svedese (una sorta di comune hippie) all’interno della quale si svolge quasi interamente la vicenda infatti, un ragazzino disabile con delle malformazioni dovute al fatto di essere stato concepito da una relazione incestuosa, disegna su un libro che è in qualche modo il Testo Sacro della comunità. I vecchi saggi poi dovranno interpretare tali disegni, che in realtà altro non sono che gli scarabocchi di un bambino, e fondare su di essi le tradizioni ed i riti della comunità stessa.

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Incredibile, almeno per me, come leggere qualcosa su un libro possa modificare radicalmente i nostri comportamenti. Lo stesso discorso può valere per un qualsiasi discorso pubblico o un post su un qualsiasi social, ma quel tipo di libro che si propone come “sacro” ha la pretesa di essere diretto “a tutti” e fa sentire chi lo legge parte di qualcosa, di una comunità, di una famiglia e ha quindi più possibilità di superare le sue resistenze. Chi legge smette di utilizzare il proprio senso critico ed accetta passivamente qualunque concetto contenuto.

Credo che lo stesso tipo di condizionamento possa arrivare, non da un testo scritto, ma magari dal modo di agire e di comportarsi di alcune persone attorno a noi. Per esempio i membri della comunità rappresentata in Midsommar che compiono i propri rituali in maniera cieca ed acritica. Ci viene detto che tali rituali si svolgono ogni 90 anni, pertanto è impossibile che qualcuno dei presenti ci abbia già preso parte (anche perché nessuno di loro può avere più di 72 anni!), e potrebbe quindi ribellarsi o rifiutarsi di partecipare.

L’accettazione di un concetto scritto non comporta infatti  necessariamente, secondo me, anche l’accettazione della sua rappresentazione materiale. Mi spiego meglio, alcuni di loro avrebbero potuto (o dovuto?) sentirsi quantomeno a disagio nel veder verificarsi quello che i rituali prevedevano e che magari sulla carta sembrava meno atroce.

Invece no. Proseguono nel loro percorso inseguendo probabilmente un bene superiore.

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Allo stesso tempo però Midsommar parla anche di rivalsa, vendetta ma forse più che altro crescita ed acquisizione della consapevolezza di sé, della propria personalità, dei propri limiti prima e delle proprie potenzialità dopo. E’ questo il lato del film che ho amato di più, anche perché è riuscito a toccare alcuni miei nervi scoperti e alcune situazioni con le quali probabilmente non sono mai riuscito a fare la pace.

E’ la storia di Dani (Florence Pugh) che una sera perde tutto quello che ha. Tutto. In pochi minuti. Il suo ragazzo ed i suoi amici non sembrano essere in grado di darle il supporto di cui lei ha disperatamente bisogno in questo momento. Forse non per reale cattiveria ma per una sostanziale mancanza di empatia nei suoi confronti. Dani si trova in acque completamente sconosciute che non sa gestire in alcun modo e, a causa della sua incapacità di rimanere da sola in un momento come questo, accetta di partire con il suo ragazzo Christian (Jack Reynor) e dei suoi amici (tutti antropologi) per un viaggio in Svezia (che è stata ricreata per l’occasione in Ungheria) a studiare le strane tradizioni di questa comune dalla quale proviene uno di loro.

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Il rapporto già in crisi tra Dani e Christian andrà in contro all’inevitabile ma necessaria disgregazione ma lei riuscirà finalmente a trovare il suo posto al mondo facendo terra bruciata del suo passato e abbracciando una nuova vita. Serena. Forse.

Midsommar è un capolavoro che parla di tante cose con poche parole. Amicizia, amore, religione, critica sociale, crescita, superamento di un lutto. E sopratutto cambia veste a seconda del tema che lo spettatore deciderà essere predominante.

Si può seguire un percorso di crescita, evoluzione e riscatto o seguire il discorso religioso che porta persone sole ed apparentemente incapaci di stare al mondo in un ordine di idee che li faccia sentire parte di qualcosa. Cosa importa poco.

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Dani trova la serenità e la catarsi con sé stessa liberandosi del peso della perdita di tutto ciò che aveva e dalla profonda solitudine, incomprensione e forse anche senso di inadeguatezza che le impedivano di vivere. Riesce a ritrovare ciò che aveva perso sotto un’altra forma, una società matriarcale ed empatica che riesce finalmente a darle ciò di cui aveva, forse inconsciamente bisogno. Riesce a ritrovare quel sorriso liberatorio che rende indimenticabile l’ultima inquadratura.

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Ma il prezzo è piuttosto alto. Se dal punto di vista individuale si è arrivati alla catarsi, collettivamente non cambia niente. Ci sono anzi due nuove pedine all’interno del gioco.

Midsommar è un film meraviglioso e, come spesso accade in questi casi, poco capito. La recitazione, l’ambientazione, la scenografia, le citazioni e i giri sulle montagne russe che ci fa fare Ari Aster con i suoi movimenti di macchina sono ottimi e molto suggestivi.

Dopo soli due film si conferma un ottimo autore ed un ottimo regista da seguire.

Probabilmente questa è tutt’altro che una recensione o un commento al film. Forse è soltanto una confusa trascrizione dei pensieri e delle suggestioni che il film mi ha trasmesso. Ma che cos’ è Midsommar se non un suggestivo viaggio nella follia, nella confusione e nell’angoscia che può portare tanto alla perdizione, all’abbandono della propria morale e alla morte quanto alla liberazione, al superamento dei propri limiti e probabilmente alla felicità?

 

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